Texas AG fa causa a Meta per rivendicazioni di crittografia di WhatsApp

Il procuratore generale del Texas ha intentato una causa contro Meta sostenendo che le affermazioni sulla crittografia end-to-end di WhatsApp sono false, contraddicendo anni di dichiarazioni pubbliche.
Il procuratore generale del Texas ha avviato un procedimento legale contro Meta, contestando le affermazioni di lunga data del conglomerato tecnologico riguardo alle capacità di crittografia end-to-end di WhatsApp. La causa prende di mira le affermazioni avanzate dal gigante dei social media e della messaggistica su una delle piattaforme di comunicazione più utilizzate al mondo, che vanta una base di utenti che supera i 3 miliardi di persone a livello globale. Questa azione legale rappresenta una sfida significativa alla trasparenza e alla veridicità di Meta nel commercializzare le sue funzionalità di sicurezza ai consumatori.
Per più di un decennio, Meta, che in precedenza operava con il marchio Facebook, ha promosso pubblicamente WhatsApp come fornitore di protezione completa con crittografia end-to-end (E2EE). L'azienda sostiene costantemente che questo standard di crittografia garantisce che i messaggi siano protetti sul dispositivo del mittente utilizzando chiavi crittografiche che esistono esclusivamente sul dispositivo del destinatario. Secondo i principi fondamentali dell'autentico E2EE, nessun intermediario, nemmeno l'operatore della piattaforma stesso, possiede la capacità tecnica di accedere o decifrare i messaggi di testo in chiaro trasmessi attraverso il servizio.
La base di crittografia che supporta l'architettura di sicurezza di WhatsApp si basa sul protocollo Signal, un framework crittografico open source che è stato ampiamente esaminato e convalidato da ricercatori di sicurezza indipendenti ed esperti di crittografia di terze parti. Queste valutazioni esterne hanno costantemente confermato che il protocollo Signal funziona come previsto e offre una solida protezione contro l'intercettazione non autorizzata dei messaggi.
Fonte: Ars Technica


